Pubblicato il Marzo 12, 2024

La stragrande maggioranza dei fondi di investimento attivi venduti dalle banche è matematicamente destinata a rendere meno del mercato a causa dei costi esorbitanti.

  • L’aritmetica è spietata: commissioni annue del 2% o più erodono decine di migliaia di euro nel lungo periodo, una zavorra che rende quasi impossibile battere un indice a basso costo.
  • I dati storici confermano che oltre il 90% dei gestori attivi fallisce nel superare il proprio benchmark su un orizzonte di 10 anni, non per incapacità, ma per il peso delle commissioni.

Raccomandazione: Smettere di pagare per la speranza di una sovraperformance e iniziare a incassare il rendimento del mercato attraverso strumenti efficienti e a basso costo come gli ETF.

Quante volte avete guardato il vostro estratto conto, notando che i fondi di investimento consigliati dalla banca sembrano muoversi a malapena, mentre le notizie parlano di mercati in crescita? Avete la sensazione che una parte significativa dei vostri potenziali guadagni venga assorbita da costi poco chiari? Non è solo una sensazione, è una realtà documentata. L’industria del risparmio gestito si fonda spesso su un paradosso: vi vende prodotti complessi e costosi con la promessa di “battere il mercato”, un obiettivo che statisticamente quasi nessuno raggiunge proprio a causa di quei costi.

Molti si concentrano sulla scelta del “fondo giusto” o del “gestore migliore”, inseguendo l’illusione della sovraperformance. Si parla di stock picking, di analisi macroeconomiche e di strategie complesse. Ma se la chiave non fosse trovare l’ago nel pagliaio, ma semplicemente comprare l’intero pagliaio a un costo irrisorio? L’architettura stessa di molti prodotti finanziari, come i fondi attivi o le polizze Unit Linked, è disegnata per generare commissioni per chi li vende, non necessariamente rendimenti per chi li acquista. Questa non è un’opinione, ma il risultato di una semplice e ineludibile aritmetica dei costi.

Questo articolo non vi dirà quale azione comprare. Vi fornirà, invece, un’analisi critica e basata sui dati per smascherare i meccanismi che drenano valore dai vostri risparmi. Dimostreremo come l’approccio passivo, basato sull’accettare il rendimento del mercato attraverso strumenti efficienti come gli ETF, non sia una scelta di serie B, ma la strategia più razionale e profittevole per la stragrande maggioranza degli investitori. È tempo di passare da clienti passivi a investitori consapevoli, armati della conoscenza per rivendicare i propri guadagni.

In questo percorso analitico, esamineremo in dettaglio dove si nascondono i costi, perché la gestione attiva è una scommessa persa in partenza per la maggior parte degli investitori, e come strumenti alternativi come gli ETF, i Fondi Pensione Aperti e i Piani di Accumulo automatici possano diventare i veri motori della vostra crescita finanziaria.

Come trovare il costo totale (TER) nel prospetto e scoprire quanto la banca si trattiene ogni anno?

Il costo è il fattore più importante e prevedibile nel determinare il rendimento a lungo termine di un investimento. Mentre i rendimenti futuri sono incerti, i costi sono una certezza che erode il vostro capitale anno dopo anno. L’indicatore principale da conoscere è il TER (Total Expense Ratio), o “Spese correnti”, che rappresenta la percentuale del vostro capitale prelevata ogni anno per coprire le spese di gestione, amministrative e di deposito. In Italia, per i fondi azionari attivi bancari, questo valore si aggira spesso tra l’1,8% e il 2,5%, una cifra apparentemente piccola ma con un impatto devastante nel tempo.

Dettaglio ravvicinato di documenti finanziari con lente d'ingrandimento che evidenzia i costi

Immaginate di investire 50.000€. Con un TER del 2%, ogni anno pagate 1.000€ di commissioni, indipendentemente dal fatto che il fondo abbia guadagnato o perso. In 20 anni, anche senza considerare la mancata capitalizzazione di quei costi, avrete versato 20.000€ alla società di gestione. Questo è il motivo per cui l’aritmetica dei costi è il primo, ineludibile ostacolo alla performance. A questi si aggiungono spesso costi nascosti come le commissioni di ingresso (una tantum, fino al 3%), di uscita e, soprattutto, le commissioni di performance, che premiano il gestore se batte un benchmark spesso poco ambizioso, ma non lo penalizzano in caso di perdite.

Il confronto con gli ETF (Exchange Traded Fund), fondi a gestione passiva, è impietoso. Un ETF che replica un indice globale ha un TER medio tra lo 0,15% e lo 0,40%, senza commissioni di ingresso, uscita o performance. La differenza non è marginale, è la principale ragione per cui la gestione passiva tende a sovraperformare quella attiva nel lungo periodo.

Il vostro piano d’azione per smascherare i costi

  1. Punti di contatto: Reperite il KIID (Key Investor Information Document) e il prospetto del vostro fondo sul sito della banca o della SGR. Sono documenti obbligatori e pubblici.
  2. Raccolta: Isolate e annotate ogni voce di costo: cercate “Spese correnti” (il TER), “Spese una tantum” (ingresso/uscita) e la sezione dedicata alle “Commissioni di performance”.
  3. Coerenza: Confrontate il TER del vostro fondo (spesso >1,8%) con quello di un ETF con un obiettivo simile (spesso <0,4%). La differenza di costo è giustificata da una performance superiore? (La risposta è quasi sempre no).
  4. Impatto emotivo: Traducete la percentuale in euro. Un 2% su un capitale di 50.000€ significa 1.000€ persi ogni anno. È una cifra che potete permettervi di regalare?
  5. Piano d’integrazione: Calcolate il costo totale annuo e valutate la sostituzione del fondo costoso con un’alternativa a basso costo (ETF) per fermare l’emorragia di capitale.

Perché l’80% dei fondi gestiti attivamente non riesce a battere il proprio indice di riferimento?

La promessa fondamentale di un fondo attivo è semplice: affidare i propri soldi a un gestore esperto che, grazie alla sua abilità, selezionerà i titoli migliori per generare un rendimento superiore a quello del mercato (il cosiddetto “benchmark”). Purtroppo, questa è un’illusione di sovraperformance che si scontra con la dura realtà dei numeri. Non si tratta di sfortuna o di incapacità dei gestori, ma di una semplice verità matematica: la loro performance lorda viene sistematicamente erosa dalla zavorra delle commissioni.

Studi indipendenti a livello globale confermano questo scenario anno dopo anno. Il più autorevole è il report SPIVA (S&P Indices Versus Active), che analizza le performance dei fondi attivi rispetto ai loro indici di riferimento. I dati per l’Europa sono schiaccianti: su un orizzonte di 10 anni, il 93% dei fondi azionari europei ha reso meno del proprio benchmark. Per l’Italia la situazione è ancora più critica: secondo il report SPIVA Europe di fine 2023, un incredibile 98% dei fondi azionari attivi italiani ha sottoperformato l’indice S&P Italy BMI negli ultimi 10 anni.

A questo si aggiunge un altro fattore distorsivo: il survivorship bias (pregiudizio di sopravvivenza). Le statistiche vengono calcolate solo sui fondi ancora esistenti. I fondi che hanno performato così male da essere chiusi o fusi con altri prodotti scompaiono dalle analisi, abbellendo artificialmente i risultati complessivi. Le analisi di S&P Global mostrano che solo il 56% dei fondi azionari europei lanciati dieci anni fa è ancora attivo oggi. Questo significa che quasi la metà dei fondi è fallita, e le loro performance disastrose non vengono nemmeno considerate nel calcolo della media.

In sostanza, scegliere un fondo attivo è come fare una scommessa in cui le probabilità sono fortemente contro di voi. Si paga una commissione elevata per un servizio (la selezione dei titoli) che, nella stragrande maggioranza dei casi, non solo non aggiunge valore, ma lo distrugge. Un fondo passivo, invece, non promette di battere il mercato; promette di replicarne il rendimento al netto di costi minimi. E come dimostrano i dati, questa è una promessa molto più realistica e profittevole.

Meglio un fondo che possiede davvero le azioni o uno che usa derivati (swap) per replicare l’indice?

Una volta compreso che la gestione passiva tramite ETF è la scelta più efficiente, si presenta un dettaglio tecnico: il metodo di replica. Un ETF può replicare un indice in due modi principali: a replica fisica o a replica sintetica (o “swap-based”). La scelta tra i due non è banale e dipende dal tipo di indice, dall’efficienza fiscale e dalla propria tolleranza al rischio.

Rappresentazione visiva della differenza tra ETF a replica fisica e sintetica

Un ETF a replica fisica fa esattamente quello che ci si aspetta: compra e detiene fisicamente tutti (o un campione rappresentativo) i titoli che compongono l’indice. Se l’indice è l’S&P 500, l’ETF possiede le azioni delle 500 aziende americane. Questo metodo offre la massima trasparenza e azzera il rischio di controparte, poiché il valore del fondo è direttamente garantito dai titoli in portafoglio. Lo svantaggio può essere un “tracking error” (la differenza di rendimento rispetto all’indice) leggermente superiore, dovuto ai costi di transazione e alla gestione dei dividendi.

Un ETF a replica sintetica, invece, non possiede i titoli dell’indice. Stipula un contratto derivato, chiamato swap, con una controparte (solitamente una grande banca d’investimento). L’ETF possiede un paniere di titoli (collaterale) e la controparte si impegna a scambiare il rendimento di questo paniere con quello dell’indice target. Questo metodo è estremamente efficiente per replicare mercati esotici, illiquidi o materie prime, dove l’acquisto fisico sarebbe difficile e costoso. Ha un tracking error quasi nullo e può offrire vantaggi fiscali in alcuni regimi, ma introduce un elemento di rischio: il rischio di controparte. Se la banca che fornisce lo swap dovesse fallire, l’ETF potrebbe subire una perdita. La normativa UCITS europea mitiga questo rischio limitando l’esposizione massima verso una singola controparte al 10% del valore del fondo.

Confronto tra ETF a replica fisica e sintetica per l’investitore italiano
Caratteristica Replica Fisica Replica Sintetica (Swap)
Rischio controparte Nessuno Limitato al 10% (normativa UCITS)
Efficienza fiscale Italia Standard Potenzialmente superiore
Mercati esotici/materie prime Difficile/costoso Efficiente
Tracking error Leggermente superiore Minimo
Trasparenza Massima Buona con collaterale

Per l’investitore italiano che si approccia a indici principali e liquidi come l’MSCI World o l’S&P 500, la replica fisica è generalmente la scelta più semplice e sicura. Per investire in nicchie specifiche, la replica sintetica può essere uno strumento valido e più efficiente, a patto di comprenderne il funzionamento e verificare la qualità della controparte e del collaterale.

L’errore di cercare “l’ago nel pagliaio” invece di comprare tutto il pagliaio con un solo indice globale

L’industria finanziaria tradizionale spesso incoraggia gli investitori a concentrarsi su singoli mercati, settori o temi, alimentando l’idea di poter “scegliere i vincitori”. Questo approccio, unito a un forte campanilismo, porta a un errore comune e costoso: l’home bias. Molti investitori italiani, ad esempio, sovrappesano enormemente il mercato azionario domestico (l’indice FTSE MIB), che però rappresenta meno del 2% della capitalizzazione azionaria mondiale. Concentrare i propri investimenti su un’area geografica così piccola significa esporsi a un rischio specifico di paese enorme e rinunciare alle opportunità di crescita globali.

La filosofia passiva offre una soluzione elegante e potente a questo problema: smettere di cercare “l’ago nel pagliaio” (l’azione, il settore o il paese vincente) e, semplicemente, comprare l’intero pagliaio. Un singolo ETF basato su un indice azionario globale, come l’MSCI World o il FTSE All-World, permette di investire con un solo click in migliaia di aziende distribuite in decine di paesi sviluppati ed emergenti. Questa diversificazione estrema non è un optional, ma la forma più efficace di gestione del rischio. Se un paese o un settore va in crisi, il suo impatto sul portafoglio complessivo è mitigato dalla performance positiva di altre aree.

Acquistare un ETF sull’indice MSCI World significa diventare micro-azionisti di colossi come Apple, Microsoft, Nestlé, Toyota e LVMH. È l’essenza della partecipazione alla crescita economica globale, senza dover scommettere su un singolo cavallo. Ecco alcuni esempi di ETF globali, a replica fisica e a basso costo, disponibili per gli investitori italiani:

  • iShares Core MSCI World UCITS ETF (IE00B4L5Y983) – TER 0,20%
  • Vanguard FTSE All-World UCITS ETF (IE00BK5BQT80) – TER 0,22%
  • Amundi Prime Global UCITS ETF (LU2089238203) – TER 0,05%
  • Xtrackers MSCI AC World UCITS ETF (IE00BGHQ0G80) – TER 0,25%

Rinunciare alla pretesa di prevedere il futuro e abbracciare la certezza statistica della diversificazione globale è uno dei cambiamenti mentali più importanti per un investitore. Significa passare da una logica speculativa a una logica di accumulo paziente del capitale, lasciando che sia il motore dell’economia mondiale a lavorare per voi.

Quando “non fare nulla” è la strategia migliore rispetto a comprare e vendere continuamente fondi?

L’architettura del prodotto dei fondi attivi è spesso disegnata per incentivare l’operatività. Il consulente bancario, spinto da obiettivi commerciali, potrebbe suggerirvi di cambiare fondo, di “prendere profitto” o di “mediare le perdite”. Ogni transazione, però, genera costi e, soprattutto, può generare un evento fiscalmente rilevante. L’approccio passivo, al contrario, si fonda su un principio controintuitivo ma potentissimo: nella maggior parte dei casi, la migliore strategia è non fare assolutamente nulla.

La strategia passiva richiede un piano iniziale solido e interventi programmati di ribilanciamento annuale, ma vieta l’intervento emotivo basato sulle notizie del giorno.

– Giorgio Bonomelli, Consulente Finanziario Indipendente

Una volta definita un’allocazione strategica (ad esempio, 60% azionario globale e 40% obbligazionario globale) e impostato un piano di accumulo, l’investitore passivo lascia che il tempo e l’interesse composto facciano il loro corso. Reagire ai rumori di fondo del mercato, vendendo durante un crollo o comprando sull’onda dell’euforia, è il modo più sicuro per distruggere valore. Comprare e vendere continuamente fondi non solo aumenta i costi di transazione, ma ha un impatto fiscale diretto e negativo. In Italia, ogni plusvalenza realizzata (cioè ogni volta che si vende un prodotto in guadagno) è soggetta a una tassazione immediata.

Come sottolinea l’analisi di esperti indipendenti, la normativa fiscale italiana, con la sua tassazione del 26% su ogni plusvalenza realizzata, penalizza fortemente chi compra e vende frequentemente. Al contrario, una strategia “buy and hold” (compra e mantieni) permette di posticipare la tassazione al momento del disinvestimento finale, magari dopo decenni, massimizzando l’effetto della capitalizzazione composta. Il capitale che altrimenti verrebbe versato allo Stato ogni anno continua a lavorare e a generare ulteriori rendimenti.

L’unico intervento previsto in una strategia passiva è il ribilanciamento periodico, solitamente annuale. Se la componente azionaria è cresciuta molto e ora pesa per il 70% del portafoglio, si vende una parte di azioni per comprare obbligazioni e tornare all’allocazione target del 60/40. Questo semplice atto impone una disciplina ferrea: vendere ciò che è salito e comprare ciò che è sceso, l’esatto opposto di ciò che l’emotività spingerebbe a fare.

Polizze Unit Linked: sono un investimento sicuro o rischi di perdere il capitale versato?

Spesso proposte in filiale come un’alternativa “sicura” o “evoluta” ai fondi comuni, le polizze Unit Linked sono in realtà tra i prodotti più inefficienti e costosi sul mercato. Si tratta di contratti assicurativi sulla vita il cui valore è legato alla performance di fondi interni, che sono a tutti gli effetti fondi comuni di investimento. Il problema è che all’inefficienza dei fondi attivi si somma un’ulteriore e pesante stratificazione di costi assicurativi e commerciali.

L’architettura di una Unit Linked è un capolavoro di ingegneria dei costi. Oltre alle commissioni di gestione dei fondi sottostanti (già elevate, come abbiamo visto), si aggiungono:

  • Caricamenti iniziali: Una percentuale (dal 2% al 5%) del capitale versato viene trattenuta subito dalla compagnia. Versate 10.000€ e ne vengono investiti solo 9.500€.
  • Costi di gestione della polizza: Un costo annuo per il “guscio” assicurativo, che può arrivare all’1,5%.
  • Costi per la copertura caso morte: Un costo per la piccola componente assicurativa, spesso irrisoria.
  • Penali di riscatto anticipato: Se si ha bisogno dei propri soldi prima di un certo numero di anni (solitamente 5 o più), si paga una penale salata.
Struttura dei costi: polizza Unit Linked vs investimento diretto in ETF
Voce di costo Unit Linked ETF diretto
Caricamenti iniziali 2-5% 0%
Commissioni gestione fondi interni 1,5-2,5% 0,15-0,40%
Costi assicurativi 0,5-1,5% 0%
Penali riscatto anticipato 2-5% (primi anni) 0%
Costo totale annuo 2,5-4% 0,15-0,40%

Il risultato è un costo totale annuo che può facilmente superare il 3-4%, una cifra che rende praticamente impossibile ottenere un rendimento reale positivo. Nonostante vengano vendute come investimenti, le Unit Linked comportano il rischio di perdere il capitale versato, poiché non offrono alcuna garanzia di rendimento o di capitale. L’unico presunto vantaggio è di natura successoria (i capitali non rientrano nell’asse ereditario), ma questo beneficio è quasi sempre annullato dai costi esorbitanti. Prima di sottoscrivere un prodotto simile, è fondamentale richiedere il DIP (Documento Informativo Precontrattuale) e sommare tutte le voci di costo, per poi confrontarle con un investimento diretto negli stessi mercati tramite ETF.

PIP assicurativo o Fondo Pensione Aperto: quale strumento ti costa meno e rende di più?

Quando si tratta di costruire una pensione integrativa, la scelta dello strumento giusto può fare una differenza di decine di migliaia di euro sul capitale finale. I due prodotti principali disponibili in Italia sono i PIP (Piani Individuali Pensionistici), di natura assicurativa, e i Fondi Pensione Aperti (FPA), di natura bancaria o gestiti da SGR. Sebbene entrambi godano degli stessi vantaggi fiscali (deducibilità dei versamenti fino a 5.164,57€ e tassazione agevolata al 15% sui rendimenti), la loro struttura di costi è radicalmente diversa e determina performance finali molto distanti.

I PIP, essendo prodotti assicurativi, soffrono dello stesso problema delle Unit Linked: una struttura di costi complessa e stratificata, con caricamenti sui versamenti e commissioni di gestione elevate. Gli FPA, pur avendo costi di gestione, sono generalmente molto più efficienti. L’indicatore chiave da confrontare è l’ISC (Indicatore Sintetico dei Costi), che la COVIP (la commissione di vigilanza sui fondi pensione) obbliga a pubblicare. L’ISC esprime in percentuale l’impatto dei costi sul montante finale in diversi scenari di permanenza.

Studio di caso: l’impatto dei costi sulla pensione di Laura (30 anni)

Una simulazione basata su dati reali di mercato mostra l’impatto devastante dei costi. Ipotizziamo che Laura, 30 anni, versi 200€ al mese per 35 anni in un comparto bilanciato che rende il 5% lordo annuo. Con un PIP che ha un ISC medio del 2,1%, il suo capitale pensionistico finale sarà di circa 152.000€. Con un Fondo Pensione Aperto efficiente, con un ISC dello 0,9%, il montante finale arriverà a circa 185.000€. Come evidenziato da un’analisi comparativa di Rankia, la differenza di 33.000€ rappresenta il 22% in più di capitale, una somma che può cambiare radicalmente la qualità della vita durante la pensione.

La scelta, quindi, dovrebbe essere guidata esclusivamente dai dati. Prima di aderire a qualsiasi forma di previdenza complementare, è un dovere verso sé stessi accedere al sito della COVIP, utilizzare i comparatori di costi, e cercare i prodotti con l’ISC più basso a parità di linea di investimento. Spesso, gli FPA che investono in ETF a basso costo risultano essere la scelta di gran lunga più efficiente, in grado di massimizzare il capitale finale grazie alla minimizzazione della “zavorra” dei costi.

La scelta dello strumento pensionistico non è un dettaglio, ma una decisione finanziaria cruciale che va ponderata analizzando esclusivamente i dati sui costi e i rendimenti netti.

Da ricordare

  • I costi sono il nemico numero uno del rendimento: commissioni annue del 2% possono dimezzare il capitale finale in 35 anni.
  • Oltre il 90% dei fondi attivi fallisce nel battere il mercato a 10 anni, non per sfortuna, ma per l’impatto matematico dei costi.
  • La diversificazione globale tramite un singolo ETF a basso costo è la strategia più razionale per ridurre i rischi e partecipare alla crescita economica mondiale.

Come costruire un capitale importante investendo automaticamente in ETF ogni mese?

Dopo aver analizzato criticamente i prodotti inefficienti, è tempo di passare alla parte costruttiva: come si crea ricchezza in modo semplice, disciplinato e a basso costo? La risposta risiede nel Piano di Accumulo del Capitale (PAC) in ETF. Si tratta di una strategia potente che consiste nell’investire una somma fissa a intervalli regolari (solitamente mensili) in uno o più ETF, automatizzando l’intero processo. Questo approccio elimina l’emotività, media il prezzo di acquisto nel tempo (comprando più quote quando i prezzi sono bassi e meno quando sono alti) e sfrutta al massimo il potere dell’interesse composto.

Visualizzazione della crescita di un piano di accumulo nel tempo

Costruire un PAC in ETF in Italia è oggi molto semplice grazie a broker online che offrono servizi di investimento automatico. La procedura si articola in pochi passaggi chiari:

  1. Scelta del broker: Optare per un broker in regime amministrato (che agisce come sostituto d’imposta, semplificando la vita al cliente) che offra PAC automatici, come Fineco (con il servizio Replay) o Directa (con il PAC in ETF).
  2. Selezione degli ETF: Costruire un portafoglio semplice e globalmente diversificato. Per un profilo bilanciato, una combinazione di 2-3 ETF è più che sufficiente (es. 60% ETF azionario globale MSCI World, 20% ETF azionario mercati emergenti, 20% ETF obbligazionario globale).
  3. Impostazione del piano: Definire l’importo del versamento mensile (si può partire anche da 50-100€) e attivare la funzione di acquisto automatico.
  4. Reinvestimento dei dividendi: Scegliere ETF “ad accumulazione” (con dicitura “ACC” nel nome). Questi reinvestono automaticamente i dividendi, massimizzando la crescita del capitale senza generare eventi fiscali.
  5. Disciplina e pazienza: Una volta impostato il piano, l’unica cosa da fare è continuare a versare con regolarità, ignorando le fluttuazioni di breve termine del mercato, e procedere a un ribilanciamento annuale per mantenere le proporzioni desiderate.

Diversi broker offrono condizioni competitive per i PAC. È importante confrontare i costi per scegliere la soluzione più adatta alle proprie esigenze.

Confronto tra alcuni broker per PAC in ETF automatico in Italia
Broker Costo PAC mensile ETF disponibili Automatizzazione Regime fiscale
Fineco Replay 2,95€ (1 ETF) – 13,95€ (10 ETF) Tutti Completa Amministrato
Directa 0€ (su ETF selezionati in promozione) 500+ Completa Amministrato
Scalable Capital 0€ (con piani a pagamento) 2000+ Completa Dichiarativo

Mettere in pratica questi concetti è il passo finale. Approfondire come strutturare un piano di accumulo efficiente è la chiave per trasformare la teoria in risultati concreti.

L’informazione è il primo passo verso l’indipendenza finanziaria. Utilizzate queste conoscenze per analizzare criticamente il vostro portafoglio, interrogare il vostro consulente con dati alla mano e, se necessario, prendere il controllo dei vostri investimenti. Smettere di alimentare un sistema inefficiente e iniziare a costruire il proprio futuro finanziario su basi solide, trasparenti e a basso costo non è solo possibile, è una scelta razionale e doverosa.

Scritto da Marco Valli, Consulente Finanziario Indipendente (CFA) specializzato in asset allocation e investimenti a lungo termine. Esperto di mercati finanziari, ETF, obbligazioni governative (BTP/BOT) e strategie anti-inflazione.